Pubblicazioni - Pesca e acquacoltura

Il settore ittico in Italia - Check up 2013

 

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Executive summary

Il check up del settore ittico nazionale per il 2012 mostra tutti i segni di una difficoltà che, se già di per sé sembra assumere carattere strutturale, è stata aggravata negli ultimi anni dalla complicata situazione economico-finanziaria internazionale e nazionale.

Dopo il dato negativo del 2011, la produzione ittica nazionale ha segnato un'altra flessione (-5,7%); in più, la dinamica decrescente continua a interessare non solo la pesca marittima (le catture sono scese del 6,8% rispetto all'anno precedente), ma anche il prodotto allevato (-4,4%). L'analisi di medio periodo evidenzia una flessione media annua per la produzione della pesca marittima e dell'acquacoltura rispettivamente del 4,7% e del 2,6%, che mostra un aggravamento nell'ultimo quinquennio (capitoli 1 e 2).

Considerando anche queste dinamiche, è naturale che da più parti si avverta la necessità di alleviare il peso dello sfruttamento delle risorse ittiche selvatiche e di puntare sempre di più sul prodotto allevato, cercando al contempo (attraverso studi approfonditi su alcune specie ittiche più appropriate per il contesto italiano) di mpliare la varietà della produzione nazionale, finora concentrata su un numero ristretto di specie (capitolo 2 e appendice).

I dati sull'occupazione in Italia nell'attività di pesca e acquacoltura (riferiti al 2011) mostrano una stabilità del numero degli occupati totali, dopo la flessione registrata nel 2010 (-5,4%), mentre è cresciuto lievemente il costo del lavoro per dipendente (+1,9%).

La più importante voce di costo nel bilancio delle imprese di pesca, il gasolio (nel 2011, secondo gli ultimi dati forniti dall'Irepa, l'incidenza della spesa per l'acquisto del carburante sui costi intermedi totali è stata del 58% e ha assorbito il 27,6% dei ricavi del settore), è indicata ormai come la principale causa delle minori uscite in mare e quindi delle minori catture effettuate. Nell'anno in esame il prezzo del gasolio per autotrazione, al netto delle tasse locali, è stato pari a 0,804 euro/litro, registrando un incremento dell'8% sul 2011 (capitolo 4).

L'andamento del prezzo del gasolio si inserisce, oltretutto, in una dinamica fortemente decrescente del valore della produzione della pesca marittima (-15,8% rispetto al 2011), riconducibile ad una non sempre adeguata remunerazione del prodotto pescato. Meno accentuata, ma pur sempre decisamente negativa, è risultata anche la dinamica del valore della produzione acquicola (-8,3% sul 2011).

L'entrata in vigore poi, nell'ultimo decennio, di un elevato numero di interventi legislativi in materia di pesca marittima e di acquacoltura ha avuto, e in taluni casi continua ad avere (si pensi alla regolamentazione sui controlli), riflessi sulla competitività del settore ittico nazionale (capitolo 7).

La grave crisi economica in atto ormai già da tempo ha fatto sentire i suoi effetti sia sulla domanda interna sia sul commercio internazionale.

Per quanto concerne il primo, nel 2012 è stata registrata una flessione del 5% del consumo pro capite, sceso per la prima volta dall'inizio del nuovo millennio sotto i 20 kg. Allo stesso tempo I consumi domestici hanno accusato un'ulteriore flessione (-1,5%), riconducibile in particolare al comparto del fresco (-3%); per i prodotti trasformati si rileva un aumento superiore all'1% per i surgelati e pe le conserve, e del 3% per i prodotti secchi, salati e affumicati (capitolo 6).

Anche l'interscambio commerciale nazionale ha patito nel 2012 la recessione mondiale, con importazioni e esportazioni in sensibile calo. Nel dettaglio, le importazioni italiane in valore di prodotti ittici freschi sono diminuite di oltre l'8% rispetto al 2011; complice il calo della domanda interna, si è registrata, in particolare, la contrazione degli acquisti oltrefrontiera di spigole, pesci spada, sogliole, sardine, astici vivi e rane pescatrici. Va segnalato anche il calo dell'import in valore delle orate a fronte di un aumento significativo delle quantità. Sono invece risultate in crescita le importazioni di mitili, salmoni, seppie e seppiole, polpi e soprattutto rombi.

Per i prodotti trasformati, la contrazione dell'import è stata del 3,6% (si segnalano i calamari e calamaretti, i polpi e le mazzancolle, tutti congelati).

Dal lato delle esportazioni, la flessione per i prodotti freschi è stata nettamente superiore a quella dei prodotti trasformati (rispettivamente, -20,7% e -2,6% in valore), per via anche della difficile annata produttiva. Si evidenziano, su tutte, le contrazioni nell'export di alici, orate e spigole fresche (in calo anche il valore delle vendite oltrefrontiera di sardine).

Per effetto del calo delle importazioni (per valutare quanto l'Italia sia dipendente dal prodotto ittico estero basta pensare che la propensione all'import è all'incirca del 77%), il deficit della bilancia commerciale ha registrato un miglioramento, scendendo dai quasi 3,86 a 3,71 miliardi di euro (-4%, capitolo 5).

Nel 2012, le importazioni di preparazioni e conserve di tonno (che hanno rappresentato una quota in valore del 13,5% sul totale dei prodotti trasformati importati) hanno mostrato una flessione in volume del 2,7% (+11,2% in valore), di contro all'aumento del 20% circa dell'export sia in quantità sia in valore (capitolo 5). Eppure, nell'anno in esame, l'attività produttiva delle industrie nazionali della lavorazione e conservazione di pesce, crostacei e molluschi, di cui quelle del tonno rappresentano la parte preponderante, ha fatto registrare una rilevante contrazione (l'indice della produzione industriale è diminuito, nella media dell'anno, del 9,5%).

Allo stesso tempo, il persistere di elevati costi per le industrie ittiche, riguardanti soprattutto energia e approvvigionamento di materie prime, ha determinato un consistente aumento dei prezzi alla produzione anche nel 2012 (l'indice ha segnato un +5,9%, dopo il +7% del 2011, capitoli 3 e 4).

La debolezza dell'economia e la ridotta capacità di spesa delle famiglie si è fatta sentire anche sull'andamento dei prezzi medi al consumo con una prevalenza di ribassi, oppure incrementi contenuti, per le principali specie fresche acquistate dalle famiglie (capitolo 6).